Conosciamo le nostre socie

Conosciamo le nostre socie

Cinzia Marini
socia dal 2020


Pubblicato: 11.06.2020

Cinzia, grande umanità e tanta passione per la politica

Sei da tanti anni nel settore della sanità in Ticino, puoi dirci in cosa consiste il tuo lavoro?

Fino a pochi anni fa, mi occupavo del coordinamento della ricerca sui tumori epatici e delle statistiche sugli interventi di chemioembolizzazione eseguiti in Ticino; dati fondamentali per capire la percentuale di sopravvivenza dei pazienti trattati. Il tumore del fegato, infatti, ha un’importante incidenza nel nostro Cantone, e il trattamento citato è uno dei protocolli di cura più efficaci nei pazienti non operabili. Attualmente, sono manager sanitario presso uno Studio Medico: gestisco, controllo e assicuro la qualità operativa dell’ambulatorio e il coordinamento del personale. Il mio compito è curare la parte gestionale dell’impresa, e anche l’aspetto medico-legale. La mia presenza si è rivelata importante anche per i pazienti, che richiedono assistenza per problemi assicurativi, legali, economici, e con loro si sviluppa anche un’importante empatia. Il settore sanitario è in continuo cambiamento e sto molto attenta alle novità del settore, seguendo corsi di aggiornamento, perché ho un confronto continuo e diretto con il medico del Centro in cui lavoro.

L’emergenza sanitaria ha stravolto il lavoro di tutti, il tuo com’è cambiato?

Siamo precipitati improvvisamente in una situazione surreale, e ci siamo trovati davanti ad un mostro che ha terrorizzato tutti.  È servito a poco il tentativo di aggiornarmi sulle grandi epidemie del passato e sui casi esistenti nella letteratura medica. Il nostro studio medico per sei settimane è rimasto vuoto; i pazienti hanno evitato tutte le strutture sanitarie per paura della pandemia e anche a causa delle disposizioni cantonali. Abbiamo comunque garantito il servizio medico attraverso l’assistenza telefonica. Dal punto di vista economico l’attività è precipitata al 20% del rendimento. Ma il cambiamento che mi ha turbato maggiormente, è stata la perdita del contatto tradizionale con i pazienti, non poterli accogliere e tranquillizzare di persona, anche con un semplice abbraccio. 

Il personale paramedico ha avuto un ruolo fondamentale in questo periodo per la società, ma le lacune in questo settore sono emerse nella loro interezza. In Ticino come andrebbe ripensata questa professione?

Se le strutture sanitarie del Cantone hanno retto molto bene nel periodo di crisi, significa che tutti gli operatori, tra i quali personale paramedico, medico e dirigenti ospedalieri, senza dimenticare tutti coloro che sono coinvolti nella manutenzione e nella gestione igienica degli ospedali, hanno svolto il loro lavoro con la massima diligenza e impegno, mettendo da parte le paure scatenate dalla pandemia. Credo, però, che sarebbe importante scoprire se nell’assegnazione di compiti e responsabilità sia stato conferito ai paramedici un carico non adeguato alle loro funzioni. 

Le strutture sanitarie del nostro Cantone hanno retto molto bene in questo periodo di crisi, pensi comunque che ci sia bisogno di riformare o semplicemente di modificare alcuni settori? 

Ho cercato di analizzare, sia come cittadina, sia come operatrice sanitaria, la gestione dell’emergenza pandemia, e riconosco che l’organizzazione è stata di grande efficienza: la creazione dei Check-Point, la redistribuzione delle competenze degli ospedali, la disponibilità degli esperti nelle questioni difficili, la grande presenza dell’Ordine dei Medici nella persona del Presidente, il Dr. Denti. La mia valutazione, quindi, è decisamente positiva. Passata la crisi, ci ritroviamo come in un dopoguerra; adesso tutte le strutture operative ospedaliere probabilmente dovranno essere ristudiate tenendo conto dell’esperienza vissuta. Sicuramente il sistema sanitario subirà riforme o modifiche settoriali.

La militanza politica sembra occupare un posto importante nella tua vita, come nasce questa passione?

La mia passione per la politica, oggi quasi trentennale, nasce con il mio arrivo a Maroggia, un piccolo comune, molto attivo socialmente, che mi ha offerto la possibilità di avere un rapporto diretto con gli abitanti del posto. Ero molto giovane, ma proprio questa possibilità di contatto reale mi ha incoraggiata a iniziare anche un cammino politico formale; sono stata eletta in Consiglio comunale, nelle file del PPD, un evento che ricordo ancora con grande emozione. Successivamente, nominata segretaria e tesoriera della sezione e nel 2007 mi sono ritrovata, in lista come unica candidata per Maroggia di tutti i partiti del Gran Consiglio. Poi, a Comano, sono stata nominata presidente della sezione PPD. La mia attenzione e dedizione per le tematiche legate al mondo della donna mi hanno portata in seguito ad essere nominata membro dell’ufficio di presidenza dell’Associazione Donne PPD Ticino e successivamente delegata per la Svizzera.

Che le donne non abbiano pari opportunità e potere decisionale all'interno di un partito politico, è un fatto acclarato. Qual è la tua esperienza?

Sono consapevole dell’esistenza di questa problematica, devo però essere onesta nell’affermare che nel mio cammino politico e personale non ho mai patito discriminazioni legate al genere. Ho sicuramente incontrato conflitti e difficoltà, ma solo legati alla mia ideologia. Ciò che ho raggiunto oggi in campo politico e professionale è dipeso dalle mie capacità e dalle opportunità che si sono presentate. 

Quali sono le ragioni che ti hanno portata a diventare socia del BPW?

Ho visto l’opportunità di mettermi in gioco ancora una volta, avendo acquisito tanta esperienza in questi anni di attività politica e professionale. Vedo una forte assonanza con quanto ho realizzato sino ad oggi, e mi rendo conto nel contempo della libertà e del potenziale di sviluppo offerti da un'affiliazione non politica. 

Qual è la battaglia BPW che ti sta più a cuore?

Nella pagina dei progetti mi hanno colpito quello del Mentoring e del Programma Empowerment, perché in queste due attività vedo un contatto diretto con la donna che ha bisogno di un sostegno rapido ed efficace nell’ambito della professione. Diversamente dagli altri obiettivi, qui c’è un programma fisico, immediato, giornaliero, che addirittura mi fa desiderare di divenirne parte operativa, relativamente alle mie competenze.

Cosa può offrire alle donne l’associazionismo?

Penso che l’associazionismo per le donne abbia una funzione di estrema importanza. Sono numerose le associazioni femminili sorte nel nostro territorio, alcuni esempi: Donne PPD, il nostro BPW, la FAFT, e molte altre. La donna sta costruendo l’edificio dei suoi diritti e dei suoi valori, in una società che, per arrugginite tradizioni, non riconosce con i fatti la parità di genere. La singola donna è solo una “voce che grida nel deserto”, tutte insieme, invece, possiamo essere una forza propulsiva.

Sei sempre riuscita a conciliare il lavoro con le necessità della famiglia?

Riconosco di aver costruito nella mia vita una situazione abbastanza favorevole. Ero già mamma durante gli studi superiori, ed ho avuto l’aiuto importante delle nonne, un reale pilastro sociale. Successivamente, avendo sempre lavorato come indipendente, sono riuscita ad organizzarmi e a conciliare lavoro e famiglia.

Di quale supporto, da parte delle Istituzioni, avrebbero bisogno le donne che lavorano?

Il Cantone e lo Stato devono fare un’azione di controllo affinché, la legge che prevede la parità di salario per donne e uomini, che svolgono le stesse mansioni, venga applicata oltre che nel settore pubblico anche in quello privato. Su questo non si può transigere. Chiare e mirate dovrebbero essere, inoltre, le leggi legate al lavoro femminile e alla maternità: le posizioni a tempo parziale, non devono essere considerate “privilegi” ma diritti sacrosanti.

C’è una figura femminile che hai preso a modello?

Non ho una vera e propria figura di riferimento, ho piuttosto imparato tanto dalle persone di valore che ho conosciuto durante la mia vita. Ricordo con particolare ammirazione la Dottoressa Maria Pia Gianinazzi, la prima donna primario in Ticino, pediatra competente e amorevole, verso la quale nutro riconoscenza e affetto. Mi sto adoperando perché le istituzioni le intitolino una strada o un’aula universitaria, per mantenere vivo il ricordo e la riconoscenza nei confronti di questa grande donna.

Un sogno nel cassetto?

Alcuni anni fa, ho creato una Fondazione che ha come obiettivo la realizzazione di un progetto; una struttura sanitaria di accoglienza per la cura fisica e spirituale dei malati terminali. Una sorta di “villaggio” capace di accogliere persone schiacciate dalla solitudine, che hanno perso il senso della loro vita. Spero con tutta me stessa di poter ultimare la realizzazione di questo progetto che porto nel cuore.

L.I.