Conosciamo le nostre socie

Conosciamo le nostre socie

Monica Pugnaloni, membro di Comitato BPW


Pubblicato: 01.06.2020

Manager della moda con la passione per il Sol Levante

Un’insaziabile curiosità, una vibrante voglia di scoprire nuove culture e la passione sfrenata per il mondo della moda, sono gli elementi che hanno spinto Monica ad intraprendere un percorso lavorativo, non facile ma di grande soddisfazione. Dopo il liceo, ha intrapreso lo studio della Lingua e Letteratura Cinese, ed è stato proprio questo l’asso nella manica per potere realizzare il sogno di una fantastica carriera nella moda, conquistando la gestione dei mercati orientali, riuscendo a coniugare la passione per i viaggi con quella per il fashion style. Sposata con Francesco, due figli, Nicola e Cecilia, vive a Lugano dal 2002.

Lavori nel campo della moda ed hai alle spalle un’esperienza ventennale. Puoi raccontarci il tuo ruolo nell’azienda Max Mara?

Il mio ruolo e’ Retail Director, mi occupo della gestione dei punti vendita insieme ai nostri partner sui mercati di Medio ed Estremo Oriente: mi sono occupata di trasferire il know-how aziendale in contesti come il mercato cinese agli albori del suo sviluppo, formando le persone in loco ed educandole allo standard aziendale per poter raggiungere gli obiettivi economici prefissi. Da qualche anno mi occupo anche della gestione del Dipartimento Back Office, un ufficio che ha compiti di supporto per il Retail e per le figure commerciali che lavorano sui nostri mercati di competenza.

La scelta di entrare nel settore della moda è stata casuale oppure si tratta di una passione che coltivi da sempre?

E’ stata una scelta ben precisa, ho cercato il modo per entrare a far parte di questo mondo sfruttando la mia formazione linguistica che a quei tempi era molto rara e il mercato cinese si stava aprendo proprio in quegli anni: siamo agli inizi degli anni ’90.

In tempo di COVID19, com’è cambiato il tuo lavoro?

In questo periodo per ovvi motivi ho sospeso i miei viaggi; i contatti con i mercati si verificano tramite videoconferenze con le manager di riferimento ma manca la parte di contatto fisica con i negozi, il confronto diretto sul campo. Non potendo viaggiare, ho colto l’occasione per dedicarmi a progetti di miglioramento dei flussi di comunicazione interni e ad implementare nuovi strumenti di lavoro che possano essere condivisi da più uffici.

Ti occupi in particolare della gestione dei punti vendita in tutta l’Asia, ma la vendita fisica pensi che goda ancora di buona salute oppure rischia di essere soppiantata dal commercio online?

Nel settore moda, anche se la componente digitale sta sempre più prendendo piede, non si può rinunciare alla customer experience reale, alla relazione con le persone. La consumatrice attuale non cerca solo un prodotto da acquistare ma anche un’esperienza da vivere, che la gratifichi e che la faccia sentire speciale. Il negozio fisico sta diventando sempre di più il luogo dove ci verificano degli avvenimenti che coinvolgono la cliente e l’acquisto dei prodotti diventa una conseguenza di tutto il lavoro fatto in precedenza e dietro le quinte.

Dopo tutti questi anni nel settore ti sarai fatta sicuramente un’idea ben precisa: nel mondo della moda, le donne che ruolo ricoprono, solo una presenza d’immagine da vetrina, oppure sostanziale?

Nel settore, la presenza delle donne ai vertici aziendali non e’ rara: ci sono molti Amministratori Delegati donne che hanno cambiato le sorti di aziende che vivevano una fase di declino; penso ad esempio il caso di Burberry con Rose Marie Bravo; o Direttori Creativi che hanno dato un impulso nuovo a brand storici come Maria Grazia Chiuri per Dior. Ma devo constatare con rammarico che la presenza femminile in posizioni di vertice e’ molto più diffusa all’estero che non in Italia, dove molto probabilmente per cultura aziendale si prediligono figure maschili.

Hai mai subito delle discriminazioni in quanto donna?

Credo che il fatto di essere donna e di aver scelto di avere una famiglia e dei figli abbia influito sugli esiti della mia carriera: inoltre non ci si pone neanche il problema, di fatto in certe posizioni ci possono essere solo uomini. E’ una questione di cultura aziendale.

Cosa ti senti di consigliare alle giovani donne che intraprendono la tua professione?

Di non rimanere troppo tempo nella stessa posizione ma di evolversi, cambiando azienda nel momento in cui si percepisce che non viene dato spazio per una crescita professionale. Se si raggiungono dei risultati e si rimane sempre nella stessa posizione deve scattare un campanello di allarme. Il rischio molto forte è di innamorarsi di questo lavoro e di rimanere intrappolate nel ruolo.

In tutti questi anni di carriera è stato complicato conciliare il lavoro con la famiglia?

Non e’ stato facile ma ho avuto il prezioso ed insostituibile appoggio di mio marito: ci siamo supportati a vicenda, avendo come obiettivo finale  comune  di far stare bene i nostri figli e di mantenere un ambiente sereno. Un vero lavoro di squadra!

Di quali servizi di sostegno avrebbe bisogno una donna che lavora a tempo pieno?

Sicuramente di asili nido e scuole che offrano il tempo pieno, ma anche la flessibilità di un’orario di lavoro che permetta di lavorare da casa un paio di giorni alla settimana senza dover andare per forza in ufficio tutti i giorni. Quando siamo arrivati in Ticino, mio figlio aveva due anni e mezzo ed e’ stata un’impresa trovare una struttura che lo accogliesse a tempo pieno. Per fortuna ci sono stati dei miglioramenti nel corso degli anni ed oggi a Lugano ci sono molte più strutture che offrono l’orario prolungato.

Una donna che per te è stata un modello di riferimento?

Ho una profonda ammirazione per Marisa Bellisario: e’ stata la prima donna in Italia a smontare lo stereotipo della donna manager maschile sia nel look che nel suo stile di management. Una donna che messa a capo di un’azienda al collasso, Italtel, riuscì a ribaltarne le sorti con le sue intuizioni innovative ed avveniristiche, quando tutti pensavano che era stata scelta una donna ai vertici per non cambiare un granché. Negli anni della sua carriera, le donne laureate passarono dal 5% al 27%: incitava ed esortava le ragazze a scegliere materie economiche e scientifiche per costruire sui mattoni e non solo sulla carta delle leggi la parità dei diritti.

Quando e perché sei entrata a far parte del BPW Ticino?

Sono entrata nel BPW Ticino nel 2016: cercavo un’associazione che avesse nei suoi principi costituenti l’empowerment femminile e la promozione delle pari opportunità. Oltre a questo, nel club del Ticino ho trovato un bell’ambiente di donne motivate ed attive negli ambiti più diversi, una ricchezza incredibile e fonte di ispirazione continua per me.

In quali battaglie ti ritrovi maggiormente e qual è quella che ti sta più a cuore?

Sicuramente nella battaglia per l’introduzione delle quote rosa nei CdA in Svizzera, sull’esempio italiano che ha dato riscontri positivi nelle aziende in cui sono stati introdotti, come dimostrano numerosi studi.  Certo poi è importante cambiare la cultura aziendale ancora troppo incentrata su stereotipi maschili.

Un sogno nel cassetto?

Mi piacerebbe creare un’ impresa nell’ambito dell’hospitality che abbia dei forti connotati di innovazione rispetto ai modelli di business attuali: il progetto e’ in corso di definizione anche se nella mia mente e’ già tutto chiaro e strutturato anche nei minimi dettagli.

L.I.